mercoledì, novembre 30, 2016

Deathbed (feat. Jon Foreman of Switchfoot) - Relient K

giovedì, novembre 17, 2016

Doppio effetto Trump sul referendum.

Vincerà il Sì per due motivi: i sostenitori del Sì sono, come quelli di Trump, meno visibili e quindi sottostimati. Inoltre, temendo uno scossone e quindi instabilità, l'elettore incerto e moderato voterà per l'opzione che lo tranquillizza, ossia il Sì.

AB



mercoledì, novembre 16, 2016

Esattamente dieci anni fa iniziavo ad insegnare.


martedì, novembre 15, 2016

Why Universities Must Choose One Telos: Truth or Social Justice 


Aristotle often evaluated a thing with respect to its “telos” – its purpose, end, or goal. The telos of a knife is to cut. The telos of a physician is health or healing. What is the telos of university?
The most obvious answer is “truth” –- the word appears on so many university crests. But increasingly, many of America’s top universities are embracing social justice as their telos, or as a second and equal telos. But can any institution or profession have two teloses (or teloi)? What happens if they conflict?
As a social psychologist who studies morality, I have watched these two teloses come into conflict increasingly often during my 30 years in the academy. The conflicts seemed manageable in the 1990s. But the intensity of conflict has grown since then, at the same time as the political diversity of the professoriate was plummeting, and at the same time as American cross-partisan hostility was rising. I believe the conflict reached its boiling point in the fall of 2015 when student protesters at 80 universities demanded that their universities make much greater and more explicit commitments to social justice, often including mandatory courses and training for everyone in social justice perspectives and content.
Now that many university presidents have agreed to implement many of the demands, I believe that the conflict between truth and social justice is likely to become unmanageable.  Universities will have to choose, and be explicit about their choice, so that potential students and faculty recruits can make an informed choice. Universities that try to honor both will face increasing incoherence and internal conflict.

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lunedì, novembre 14, 2016

QUEL TRUMP CHE SI CHIAMA PUTIFERIO

Donald Trump ha vinto dunque le elezioni presidenziali negli USA. Un grande paese democratico, senza dubbio. Che ha saputo esprimere come candidati contrapposti due supermillionari, entrambi legati a doppio filo agli ambienti di potere statunitensi e internazionali: un gran bell’esempio di democrazia davvero (l’unico aspirante candidato presentabile, il “socialista” Benny Sanders, è stato fatto fuori subito: anche se aveva preso 13 milioni di voti, soprattutto da parte di giovani; e per fortuna è stato accolto in Vaticano, non i due protagonisti dello scellerato derby dell’8 novembre).
Ma torniamo a Trump. Su 245.273.000 elettori aventi diritto (una cifra lontana dalla totalità degli abitanti: si perde facilmente il diritto di voto, negli States); hanno votato solo in 119.651.000, vale a dire in percentuale il 48%, meno della metà. Una straordinaria tensione politica, un’autentica passione. Poi, milioni di manifestanti hanno dimostrato sotto lo slogan He is not my president. Un’altra prova specifica di fedeltà al sistema democratico. Questa è la più grande democrazia del mondo, com’è stato detto da più parti.  Una democrazia i membri della quale hanno votato in numero più basso di quanto non abbiano mai fatto in tutta la storia degli Stati Uniti.
Dal canto mio, ho sempre sostenuto che dalle elezioni dell’8 novembre sarebbe uscito il Male Peggiore. Era una facile prospettiva. Sarebbe stato il Male Peggiore in entrambi i casi. Solo in modo differente.
Intanto, fatemi dire che un luminoso momento di gioia ha rallegrato la mia vecchiezza. Aveva ragione Massimo Cacciari in una sua recentissima intervista: a proposito di Trump come di millanta altre cose, i media, la finanza e i politici che ormai inseguono gli uni e l’altra senza capire, hanno sbagliato tutto. Le uscite sexy di Madonna, gli shows di Meryl Streep, le ballate di Bruce Springsteen, i furori di Robert De Niro, le barricate erette a Wall Street e a Silicon Valley dai coccodrilli da sempre Padroni del Vapore, le raffiche dei più raffinati columnists e dei più strapagati anchormen televisivi non sono serviti a nulla. Nemmeno “i Mercati”, questi nuovi santuari dove si ufficiano le liturgie dell’unico Dio adorato dall’Occidente, si sono scossi più di tanto. Ho accolto tutto ciò non già con rinnovato ottimismo, bensì con il disperato ma allegro pessimismo di chi capisce che il peggio deve ancora venire, ma quanto meno ringrazia Iddio per essersi fatto adesso quattro belle risate.
E a questo Ridere-Ridere-Ridere ha dato come al solito il suo originale contributo il Maurice Chevalier del nuovo scemenziario stile gauche-caviar. Bernard-Henry Levy sta rilasciando interviste micidiali contro Trump: prevede il peggio, disegna fantasmagoriche alleanze dei “testosteronici” Trump, Putin ed Erdogan, rivela addirittura che è stato Assad a inventare l’ISIS, rispolvera la storiella dell’”internazionale rosso-nera” (e non allude al Milan).
Levy è sempre stato la mia stella polare. Quando afferma qualcosa, punto immediatamente sul contrario: e non sbaglio mai. Semmai, mi dà da pensare Trump: non riesco a riconoscergli alcun merito, ma se Levy ne parla così male qualcuno ne avrà pure.
Dicono che stia sul serio preparando grosse espulsioni di migranti, che intenda mantenere  le promesse sui fantasmagorici sgravi fiscali, insomma che – fedele al principio multidecennale dei governanti statunitensi e dei ceti che li appoggiano – si appresti a rubare ai poveri dell’America e di tutto il mondo per dare ancora di più ai ricchi. Non c’è da stupirsene: che i poveri lo applaudano, questa sì che sarebbe una novità. Ma chi conosce un po’ di  storia statunitense ed europea sa che accade spesso per non dir sempre che i poveri applaudano i ricchi e facciano la guerra agli altri poveri.
Ma davvero Trump è un modello di “populismo”? E di che tipo di “populismo? Davvero rappresenta ed esprime quel coagularsi della resistenza di differenti strati sociali che si sentono esclusi che, comunque, del populismo è l’essenza, e cerca di dar loro una voce e un indirizzo? Davvero si sente in qualche modo legato al vecchio progetto “neoisolazionista” statunitense, tipico dei repubblicani “storici” (quelli dell’Elefante) e risposta “di destra” al programma di Monroe del 1823 (“l’America agli americani”)  laddove quella “di sinistra”, che la Clinton avrebbe abbracciato di nuovo, sarebbe stata la ripresa del principio “USA gendarme del mondo”?
Comunque, se l’Europa non si sveglia, qualcuno dovrà bene svegliarla. E se un contributo ce lo desse proprio il Grande Matto dal Ciuffo Arancione? Sono decenni che io e altri quattro sderenati, reduci patetici eppur a modo nostro inossidabili del “Fuori-la-NATO-dall’Italia-Fuori-l’Italia-dalla-NATO”, offriamo ceri alla Madonna Stella Maris augurandoci che liberi il Mediterraneo dalle incomode presenze armate di chi sul nostro vecchio mare non ha alcuna sponda e pertanto alcun diritto (diverso il caso della Russia: il Mar Nero è un golfo mediterraneo) . L’amico Alessandro Bedini, un altro che al pari di me scrive gratis libri che difendono cause perse, ha firmato tre anni fa un saggio importante e documentato che naturalmente non ha ricevuto  né recensioni né passaggi televisivi, L’Italia “occupata”. La sovranità militare italiana e le basi USA-NATO (Rimini, Il Cerchio 2013), nel quale dimostrava pulitamente a tutti quelli che si preoccupano di recuperare la sovranità monetaria del nostro paese che esso non ha soprattutto quella politica: e non ce l’ha, come non ha quella diplomatica, in quanto non ha quella militare. E’ un paese occupato. Obama, ricevendo Renzi alla grande quando ancora stava fingendo di gioire dell’Immancabile Vittoria della signora Clinton (ch’egli detesta, detestato a sua volta), non ha abbracciato un sicuro alleato, ma un fedele capo ascaro: e spero che Matteo lo sapesse. Siamo sempre stati ascari, ma almeno di quando in quando un Fanfani, un Andreotti, un La Pira, un Craxi (quest’ultimo soprattutto) avevano dei soprassalti di dignità. Perfino Berlusconi qualche volta sembrava svegliarsi dal letargo, anche se ne uscivano amenità come “lettoni di Putin” e travestimenti da inverno sovietico tipo l’incursione dei due cafoni dello hinterland  partenopeo a Milano in Totò, Peppino e la Malafemmina. Renzi no: lui è allineato e coperto, fare l’ascaro gli piace e rimprovera addirittura il suo ministro degli esteri Gentiloni di non esserlo sempre e con sufficiente zelo…
E ora? Che cosa succederà se davvero Trump applicasse alla lettera l’articolo 5 del Patto Atlantico siglato a Washington il 4 aprile 1949, e negasse la copertura NATO a chi non “adempie gli obblighi verso di noi”, a chi è indietro con i pagamenti (perché la protezioni, come in tutti i sistemi mafiosi di questo mondo, si pagano)? Il contributo minimo annuo alla comune difesa, indicato dai vertici della NATO, è il 2% del PIL di ciascuno dei 28 paesi aderenti. Gli Stati Uniti versano oggi il 3,62% del loro. L’Italia lo 0,95% (penultima: la Spagna solo lo 0.89). Me ne compiaccio: abbiamo risparmiato. E me ne dolgo: quello 0,95 poteva esser meglio impiegato altrove. Rischiano di adempiersi i voti di noialtri dinosauri anti-Zio Sam, ma in modo umiliante e inatteso: invece di andarcene noi sbattendo la porta, sarà Zio Sam, ora che si è tagliato la barbetta caprina e porta parrucca arancione, a cacciarci a pedate nel culo. Peraltro, pedate che sarebbero accolte con ilare, quasi grata umiltà.
E allora, avanti con la European Defence Agency, anche se la strada sarà difficile, lunga e costosa: perché l’autodifesa costerebbe un bel po’ all’Italia e a tutti i paesi europei che ci stessero, ma li ricondurrebbe alla realtà. Europa, svegliati. Proclamiamolo a voce ben alta, una buona volta, che aveva ragione il vecchio Schuman: che senza un libero esercito europeo non si fa né un’Europa unita né un’Europa libera. Guardiamoci attorno, ricominciamo da qui: smettiamola di far gli interessi d’una superpotenza lontana che non è nemmeno una superpotenza. Ricominciamo a pensare concretamente a noi, al nostro Mediterraneo, alla nostra Eurasiafrica. Che sia questa una nuova possibile strada per rilanciare l’unità europea, al di là dei fantasmi neomicronazionalisti e degli isterismi xenofobi?

Franco Cardini


dal blog dell'autore

sabato, novembre 12, 2016

La creatività malefica di Donald Trump

Per un quarto di secolo la sinistra perbene, quella sedicente riformista, benpensante, e socialmente garantita, che si era impegnata a costruire un paradiso in terra sulle ceneri del comunismo ha ripetuto a se stessa e a noi tutti, popolo degli elettori progressisti, che il segreto di una vera e vincente strategia politica stava nella conquista del centro. Le elezioni americane mettono una pietra tombale su questa presunzione, se ce n’era ancora bisogno, e suonano come un campanello d’allarme per tutti coloro che non sono convinti che senza una sinistra forte e caratterizzata sia la stessa stabilità della democrazia ad essere messa seriamente in causa.
IN USA OBAMA passa la mano direttamente a Trump. Ma è davvero così strano e inaudito? A pensarci c’è una logica forte. Per otto anni il presidente nero non ha fatto altro che cumulare sconfitte alternate da piccole insignificanti vittorie. La parola d’ordine con cui era riuscito a farsi eleggere (Yes we can) non poteva conoscere una smentita più clamorosa. Sia in politica interna che in politica estera l’impotenza e l’incoerenza è stato il tratto distintivo di questa presidenza. Ed è proprio la completa disillusione delle grandi attese di cambiamento riposte per otto anni nel presidente democratico che in definitiva ha aperto la strada alla destra. Ad essere sconfitto è stato il tentativo tardivo e un po’ ingenuo di riproporre il tradizionale messaggio progressista americano in un’epoca in cui erano venute meno le condizioni storiche della sua attuazione.
La politologia americana, nella figura assai rappresentativa del democratico Arthur Schlesinger ( stretto collaboratore di J.F. Kennedy), ebbe ottimi motivi per teorizzare una politica di «vital center» negli anni in cui un possente sviluppo economico allargava ininterrottamente i confini della classe media i cui requisiti di base si era soliti individuare nella proprietà di una confortevole abitazione nei sobborghi in perpetua espansione e nella possibilità di mandare i figli a studiare in una buona università. Il sogno americano in definitiva non aveva niente di sognante: si lasciva misurare su assai tangibili risultati economici. La politica di inclusione del centro vitale trovò precisi corrispettivi in Europa. In Italia significò un ininterrotto monopolio del governo della Democrazia cristiana, partito congenitamente interclassista, e in Europa, in assenza della conventio ad excludendum, un progressivo avvicinamento politico – programmatico dei partiti conservatori e progressisti.
Quantum mutatus ab illo! Obama ha avuto la piccola vittoria di mettere in sicurezza l’industria automobilistica, ma ha perso platealmente la guerra contro la crescente polarizzazione sociale che mina da anni la stabilità della democrazia americana.
OGGI È CHIARO quello che già prima si poteva intuire, ossia che solo un candidato democratico come Bernie Sanders poteva avere qualche opportunità di arrestare la landslide di Trump. Ed ancor più chiaro è il fatto che la Clinton, invece di accontentarsi dell’endorsement di Sanders, avrebbe dovuto riprendere ed enfatizzare l’agenda iniziale di Obama che l’opposizione repubblicana , maggioranza nei due rami del parlamento, era riuscita a mandare a picco. Troppo per quella sua storia personale tutta calata nelle mitologie ormai stantie degli anni Novanta, quando sia in Europa che in Usa si pensò davvero(ingenuità o scelleratezza?) che la tradizionale politica di progresso, affermatasi in tutto l’Occidente capitalistico dopo la seconda guerra mondiale, ed in presenza di una ruggente Unione sovietica, fosse conciliabile con una espansione illimitata del potere della finanza.
Se si ha il coraggio di andare oltre le emozioni di superficie di una campagna elettorale, che forse troppo superficialmente si è detto essersi basata sul nulla, ci si accorge che in realtà Trump ha vinto sulla base di due parole d’ordine che fecero il successo dei bolscevichi nel 1917: pace e pane. Una politica estera di intesa con la Russia per porre fine alla tragedia del Medio Oriente in cui gli Stati uniti stanno perdendo ogni reputazione dal 2001, allorché, frastornati dall’idea di aver vinto la guerra fredda, imboccarono la impossibile strada della ricostituzione dell’impero. E una politica di sviluppo fondata prioritariamente su grandi investimenti pubblici nelle infrastrutture(di cui Trump ha riparlato nel discorso della vittoria), sulla difesa della precedenza del lavoratore americano rispetto a quello straniero, sul ritorno anche, là dove sia necessario, a forme di protezione della manifattura nazionale contro la logica del Trattato Transatlantico difeso accanitamente in Europa dai pasdaran della politica di austerità, in primis dal ministro dello sviluppo economico del governo in carica nel nostro paese.
PIACCIA O NO occorre prendere atto che da queste elezioni esce battuto quel mix di liberismo e bellicismo di cui la Clinton è apparsa rappresentante diretta. Siamo dinanzi al paradosso di una politica di destra che viene sconfitta da una destra che ha avuto il coraggio e la creatività politica di farsi interprete di un disagio sociale ormai dilagante e che da tempo cerca disperatamente una voce che lo rappresenti. Gli ingredienti sono molto simili a quelli che hanno determinato la Brexit (che pure è totalmente specioso rappresentare come una vittoria della destra) e che nei paesi più benestanti del continente stanno invece gonfiando le vele del populismo neofascista.
Le elezioni americane ci aiutano allora a capire l’ estrema fragilità democratica di un’Europa sintonizzata da anni sulla politica di austerità. Nella sconfitta della Clinton è facile leggere anche tutta la debolezza di Renzi che crede di stabilizzare il proprio potere con la distribuzione dei bonus; che continua a pensare si possa avere crescita e occupazione regalando soldi alle imprese (secondo un vecchio pregiudizio degli anni Novanta) senza aver capito che nessun imprenditore che si rispetti, grande o piccolo che sia, è disposto a fare investimenti se non ha le certezza di vendere le sue merci; che crede di contestare la politica di austerità prendendosela con Junker, il funzionario di turno, senza chiamare in causa il sistema di Maastricht, da un quarto di secolo governato con mano ferrea dagli interessi tedeschi. Ossia dal vero Stato che consente l’esistenza della «moneta senza Stato».
LA COSCIENZA E LA CULTURA di sinistra che ancora esiste nel nostro paese, aldilà delle vecchie sigle del passato, ha dunque qualcosa da imparare dalla vittoria di Trump. Ma come? Ad esempio smettendo di bollare di razzismo ogni protesta contro una situazione caratterizzata da crescente immigrazione e crescente disoccupazione. Facendosi interprete sul terreno nazionale e persino su quello locale di tutti gli interessi lesi dalla globalizzazione, come unico modo per risuscitare la politica democratica cancellata dal sedicente governo impersonale delle regole. Andando a censire gli enormi danni provocati dalle tre libertà di Maastricht, quelle dei capitali, delle merci, e della forza lavoro, per ricostruire nelle condizioni di oggi un concreto programma di quella che negli anni Trenta Karl Polanyi chiamava «autodifesa della società dal mercato».
Leonardo Paggi
http://ilmanifesto.info/la-creativita-malefica-di-donald-trump/

lunedì, novembre 07, 2016

Giuseppe Povia - Il bambini fanno ooh!

lunedì, ottobre 31, 2016

In occasione della visita del Papa in Svezia vi consiglio la lettura di questa discussione che ha coinvolto i miei amici e conterranei Luigi Copertino e Giovanni Marcotullio.


Che è che gode delle liti tra cattolici e luterani.

La comune lotta al gender non rende Lutero "cattolicizzabile" - risposta a LaCrocequotidiano.it

Contrappunto su cristianesimo e cristianità.


martedì, ottobre 18, 2016

Trump e Clinton sono i sintomi dell’inevitabile malattia della democrazia liberale


La democrazia americana non si è smarrita, ha solo compiuto le sue imperfette premesse. Perché i due candidati alla Casa Bianca "rappresentano il crescente assorbimento della politica democratica negli ‘interessi’. Parla il teologo Schindler

New York. Alexis de Tocqueville aveva intravisto lo psicotico affannarsi del becero Donald Trump, aveva intuito il sordido viluppo di potere di Hillary Clinton, aveva presentito i dibattiti vacui, scorto gli intrighi intessuti nel silenzio di server privati, ma non era riuscito a dare a tutto questo un nome: “Penso che i tipi di oppressione dai quali le nazioni democratiche sono minacciate siano diversi da qualunque cosa sia esistita al mondo. Sto cercando di trovare un’espressione che trasmetta con precisione l’intera idea che mi sono formato, ma non ci riesco”. Il teologo David Schindler, che vede accadere nella cronaca quello che Tocqueville aveva prefigurato, lo chiama “il capolinea della democrazia liberale”. Per il decano emerito dell’Istituto Giovanni Paolo II di Washington non si tratta del tramonto storico degli istituti democratici, ma di quella fase in cui la democrazia “esaurisce la sua logica intrinseca”, il meccanismo s’inceppa. Che la democrazia si sia ammalata lo dicono tutti. La questione – capitale – è se la patologia viene da fuori oppure si tratta di una malattia autoimmune, e sono i suoi stessi anticorpi a debilitare l’organismo. Schindler sostiene questa seconda e più impopolare tesi. Per spiegare il nesso fra queste pazze elezioni e il morbo congenito che affligge l’ordine liberale, il teologo americano parte da Platone: “Per il filosofo il tiranno è il figlio del democratico, cioè l’anima democratica si riversa in un’anima tirannica. Se lo stato si occupa soltanto degli interessi individuali, e non del bene comune o bene naturale, non c’è criterio oggettivo con cui risolvere in modo giusto i conflitti della società. Questo è ciò che Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger intendevano quando parlavano della conversione della democrazia nel totalitarismo, oppure quando si parlava di dittatura del relativismo”. Laddove l’interesse individuale è il fondamento ultimo della società, le intenzioni virtuose delle istituzioni hanno vita necessariamente limitata.

Il concetto va travasato nello stampo della democrazia americana. Nel dibattito fra i Padri fondatori, James Madison ha dedicato un’ampia riflessione alla “fazione”, definita come un numero di cittadini “unito e messo in azione da un comune impulso della passione, oppure da un interesse, in contrasto con i diritti di altri cittadini”. Spiega Schindler: “Nella fondazione della democrazia americana ovviamente si può presumere la presenza di una cornice morale ispirata dal protestantesimo nella sua forma puritana. Questa cornice era condivisa da Madison e Jefferson, anche se in una forma piuttosto secolarizzata. Ma lo stato che hanno formato era ordinato attorno a ‘fazioni’ guidate da ‘interessi’ individuali. Nell’amministrazione della giustizia lo stato non aveva l’autorità di riconoscere alcun ordine dell’anima, si occupava soltanto del bilanciamento degli interessi competitivi. Così, l’unica, definitiva difesa contro la tirannide consisteva nel moltiplicare gli interessi, per fare in modo che nessun interesse dominasse sugli altri”. Il problema non è che questo equilibrio fra fazioni è saltato, ma proprio che si è consolidato e approfondito, affermandosi non come una fra le possibili impostazioni del problema politico ma come unica impostazione. “In quest’ottica – continua Schindler – Trump e Clinton non sono soltanto ‘cattivi’ candidati che tradiscono i princìpi fondativi della democrazia americana. Al contrario, rappresentano il crescente assorbimento della politica democratica negli ‘interessi’. Trump incarna questa realtà in modo volgare, Clinton in modo più sistemico, ma nessuno dei due è cosciente di ciò che gli antichi chiamavano l’ordine dell’anima”.

La patologia sta dunque nella concezione antropologica su cui l’edificio liberale poggia, talmente radicata da essere difficile da individuare, figurarsi da criticare. E’ come se la preparazione dello spettacolo lugubre di questa disfida elettorale, dove la voglia di ridere o di godersi la rissa con i pop corn sono svanite ormai da mesi, fosse iniziata alcuni secoli fa. Trump e Hillary sono soltanto gli attori meno amati (e più votati) che erano sulla piazza in questo frangente storico. Possibile districarsi fra tali alternative senza rinchiudersi in una monade impermeabile alla modernità? Nel 2004 il filosofo cattolico Alasdair MacIntyre ha vergato un argomento sull’obbligo morale all’astensione quando le alternative politiche sono intollerabili. Si trattava non solo del rifiuto di due candidati incompatibili con le proprie convinzioni, ma di un gesto di resistenza “all’imposizione di questa  falsa scelta da parte di chi si è arrogato il potere di designare le alternative”. In altre parole: non ci si astiene perché i giocatori in campo non piacciono, ma perché non piacciono il campo, le regole del gioco e quelli che le fissano. Schindler parla però di “un obbligo anche più fondamentale del voto”. Quale? “Condividere la responsabilità di tutta la società umana: di difendere soprattutto ciò che è dato da Dio:  le comunità naturali della famiglia e i figli nella loro innocenza, la realtà nella sua verità e bontà ‘senza difese’. La decisione di votare o non votare dev’essere determinata sulla base di ciò che realizza al meglio la responsabilità sociale di ciascuno”.

http://www.ilfoglio.it/esteri/2016/10/16/trump-clinton-sintomi-inevitabile-malattia-della-democrazia-liberale___1-v-149290-rubriche_c152.htm

"Subdivisions" live by Jacob Moon...on the roof!